Dal prodotto allo storytelling: Nike e i propri demoni

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Sembra incredibile, ma stiamo parlando del 1996. Sono passati 18 anni, ora questo spot ci sembra semplicemente carino e divertente. Il punto è che prima di questo spot pochi in Italia erano stati gli esperimenti di comunicazione puramente di immagine e non focalizzati sul prodotto.

Il focus è proprio qui: con questo spot Nike finalmente diventa Nike che tutti conosciamo (qui in versione USA più corta ma in miglior risoluzione), un brand mondiale che non ha paura di nessuno tanto meno di prendere un gruppo di testimonial e inserirli in uno storytelling originale ma soprattutto lontano dal prodotto. O meglio, il prodotto c’è sempre ma è sul fondo della storia, è il mezzo attraverso cui tutto è reso possibile ma non è mai protagonista e, ciò nonostante, incredibilmente tutti abbiamo avuto un pensiero indecente sul comprare una scarpa da calcio Nike, che poi l’abbia fatto veramente o meno. Questo spot inoltre ha generato una serie di spin-off (anche di concorrenti) nati sull’onda del suo successo.

Un’inquadratura alla fine tradisce il vero senso dello spot: un primo piano dello stop di Cantona rivela una scarpa e un logo visto di tre quarti e neanche per intero. E questo è strano anche nel 2014. Rivoluzione.

La morale della favola? Il potere della comunicazione va molto oltre l’offerta commerciale. Questo non può valere per tutti i brand ovviamente, ma focalizzarsi solo sul prezzo può essere solo una strategia di breve periodo e sicuramente poco premiante per generare vero interesse che possa protrarsi nel medio/lungo.

Luca Bizzarri