La ricerca semantica: SEO come Search Experience Optimization

Il concetto che sta alla base è semplice: dalle stringhe agli oggetti (che in inglese, from strings to things, suona decisamente meglio). In definitiva i motori di ricerca stanno cambiando (sono già cambiati in realtà) e stanno diventando qualcosa di diverso rispetto a come erano qualche anno fa. Cosa li rende così diversi? La risposta è proprio la ricerca semantica.

Prima di continuare cerchiamo di approfondire il concetto, in modo che sia chiaro. Da qualche tempo Google non si limita più a cercare le keyword e restituire risultati secondo le query nude e crude ma cerca di interpretare in qualche modo l’intenzione dell’utente. Detta così sembra che si stia sviluppando una vera intelligenza artificiale dietro al motore di ricerca ma in realtà tra poco vedremo che non è proprio così: la ricerca semantica è in realtà un complesso sistema algoritmico che associa parole tra loro secondo il loro significato e contesto di appartenenza. Cioè, il concetto che deve passare è che Google non è che capisce le intenzioni dell’utente e neanche ci prova in realtà: il motore di ricerca non “comprende” nel senso stretto quello che l’utente chiede ma “associa” la sua richiesta ad una serie di possibili risposte derivate da semplici (semplici si fa per dire) associazioni dei significati.

Come funziona la semantic search? L’idea di fondo è una rivoluzione del SEO: dalla Search Engine Optimization alla Search Experience Optimization, cioè la trasformazione della ricerca in una vera e propria esperienza di ricerca in cui stressando i significati delle parole per associazioni viene restituito un risultato che potremmo definire mediamente “intelligente”. In realtà come anticipato non è proprio il risultato della ricerca ad essere intelligente quanto il metodo con cui questo viene generato.

Nella ricerca per parole chiave classica (antica, oserei dire) il processo era semplice: se cerco “lezioni SEO gratis” a domanda segue una risposta. Ora facciamo finta di avere uno smartphone in mano e fare una ricerca vocale con Google: con molta probabilità le parole che pronuncerò non saranno identiche a quelle che avrei digitato al PC ma, per tenere fede all’esempio, io chiederei “trova un corso SEO gratuito” o una cosa del genere. La ricerca semantica nasce proprio per azzerare il gap tra l’interrogazione in forma scritta da quella in forma verbale che, seppur espresse in maniera differente, rimandano allo stesso bisogno.

La ricerca semantica quindi frappone tra la domanda e la risposta una fase di comprensione che incasella ogni parola ricercata nel suo significato più ampio. Ad esempio dovrebbe capire innanzitutto la parola “corso” non è la prima persona presente del verbo correre e che le parole “lezione” e “corso” fanno capo allo stesso campo semantico di “formazione”. A tendere quindi non dovrebbe fare differenza tra le diverse query che abbiano lo stesso obiettivo perché ogni query verrà astratta al suo più alto livello di significato e contestuale, azzerando di fatto le piccole differenze tra i vari modi di chiedere una stessa cosa.

Settimana prossima affronteremo il modo in cui aggiungere informazioni alle parole per far comprendere meglio a Google le nostre intenzioni, per trasformare le famose stringhe nei famosi oggetti. Parleremo di microdata.

Luca Bizzarri